IN PIEDI DOPO IL “KNOCK OUT”

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di Lilia Oboroceanu
Mai arrendersi, bisogna sempre risollevarsi anche quando le sberle che arrivano sono potenti. Questo sembra il messaggio dello spettacolo realizzato da alcuni ragazzi che frequentano la nostra scuola e rappresentato al teatro comunale Laura Betti di Casalecchio di Reno il 2 dicembre.
Lo spettacolo prende spunto dal romanzo di Alessandro Gallo “Andrea torna a settembre”.Sia il romanzo che le scene selezionate per lo spettacolo sono ambientati a Pozzallo, in Sicilia e a Castelvolturno, in Campania e riprendono le problematiche di quei territori. Pozzallo è il luogo in cui arrivano i barconi con gli immigrati che, rischiando spesso la vita, scappano dalla guerra, dalla miseria o cercano di raggiungere i propri familiari. Questi immigrati però si ritrovano in una realtà differente: non vengono integrati nella società, devono nascondersi e violare la legge per sopravvivere.
I più sfortunati vengono mandati a Castelvolturno per fare dei lavori stagionali come la raccolta delle mele o dei pomodori. Ovviamente le condizioni in cui lavorano sono pessime: sono malpagati, hanno degli orari assurdi e nessuna garanzia. Sarebbe più opportuno chiamarla schiavitù.
A Castelvolturno, nel casertano, ci troviamo nella cosiddetta Terra dei fuochi, una zona nella quale la camorra ha sotterrato rifiuti tossici inquinando il suolo e le falde acquifere e condannando coloro che vi vivono a malattie respiratorie, avvelenamenti da cibi tossici e tumori.
I contenuti dello spettacolo sono chiari: oltre che di inquinamento, immigrazione clandestina e criminalità organizzata si parla anche di disoccupazione, degrado sociale e prostituzione minorile. Non erano altrettanto chiari i movimenti che facevano i ragazzi e cosa stavano a significare. Certo, guardando qualcuno che imita la guida di un’auto si potrebbe intuire che sta facendo un viaggio, ma dove? Perché?
La risposta a queste domande è arrivata al termine dello spettacolo, quando lo sceneggiatore ha fornito delle spiegazioni, altrimenti era piuttosto difficile seguire per chi non avesse letto il libro e non conoscesse la trama.
Ho apprezzato le pause tra un ballo e un altro, durante le quali veniva data voce ai singoli personaggi e questo aiutava a capire meglio ciò che avveniva in scena.
Frequentare un gruppo teatrale può essere molto utile, specialmente per noi ragazzi.
Non vi ho mai partecipato personalmente, ma da quello che ho visto, sentito e letto, il teatro aiuta a riscoprire questo nostro corpo, che cambia, muta, si trasforma ed è capace di eseguire movimenti che non credevamo possibili; è un mezzo di espressione alternativo per coloro che faticano ad esprimersi a parole; si impara a relazionarsi col pubblico così parlare davanti alla classe durante un’interrogazione non è più un problema; si creano nuove amicizie e si sta meglio con se stessi.
I ragazzi hanno fatto un bel lavoro: nonostante non sempre capissi cosa stavano facendo, era bello vederli muovere in scena, ho scoperto in loro delle capacità che non avrei mai immaginato, inoltre erano ben azzeccate le musiche che accompagnavano l’intero spettacolo.

25 anni dopo

Pubblichiamo oggi questo articolo per ricordare, in occasione di queste feste, che Natale significa anche solidarietà e ricordo.

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6 dicembre 1990, 12 vite spezzate.

6 dicembre 2015,  in onore dei 12 ragazzi.

Cosa si evince 25 anni dopo la strage?

La partecipazione all’evento ha dimostrato non solo un forte senso di appartenenza ma anche un sostegno molto significativo alle famiglie delle vittime. Il ricordo della strage e la rabbia per la mancanza di misure legislative adeguate sono ancora vivi dopo 25 anni. Tutto ciò ha portato a riunirsi non solo studenti e insegnanti, ma anche personalità molto importanti come il presidente della Regione Stefano Bonaccini e i sindaci dei paesi del territorio. In questo modo la nostra scuola ha dimostrato vicinanza e solidarietà nei confronti di una tragedia che ancora oggi rimane senza senso e senza colpevoli.  Nonostante fosse domenica, le presenze sono state numerosissime: centinaia di persone hanno riempito l’Aula Magna e svariate classi, nelle quali la conferenza veniva trasmessa in streaming. È stato mostrato inoltre il cortometraggio  di Davide Labanti realizzato in collaborazione con gli studenti del Salvemini, che ha offerto un momento di riflessione a tutti i presenti.  Dopo di che si è formato  un corteo, diretto alla vecchia succursale del Salvemini, ora Casa della Solidarietà: tutti gli studenti hanno portato un crisantemo come gesto simbolico di ricordo per tutte le vittime.

25 anni dopo, il 6 dicembre, il pensiero è ancora rivolto a tutti quei ragazzi che, come noi, vivevano un normale giorno di scuola. Nessuno si è dimenticato di ciò che è successo e, anche a distanza di tanti anni, nessuno lo farà mai. Anche 25 anni dopo, il Salvemini non dimentica.

Martina Bargiotti, Elisa Sammarchi

Assemblee “sportive”, SI o NO?

ASSEMBLEA

di Giusta Marino, Martina Bargiotti, Elisa Sammarchi, Elena Santi

Circa due settimane fa si è tenuta un’assemblea d’istituto, organizzata fuori dall’edificio scolastico, in cui si sono svolti alcuni tornei sportivi.

Ma quanti studenti sono d’accordo nel fare assemblee d’istituto in cui si svolge solo questa attività?

Per rispondere abbiamo raccolto dei dati andando nella  maggior parte delle classi a porre domanda, chiedendo agli studenti di votare a favore o contro per alzata di mano. I dati riportati riguardano  53 classi su 56.

SI                                      NO

PRIME                                               124                                    125

SECONDE                                           54                                     155

TERZE                                               14                                     193

QUARTE                                             32                                     177

QUINTE                                              21                                     158

TOTALE                                       245                                    808

Come si può notare, le classi prime sono piuttosto equilibrate mentre, a partire dalle classi seconde, il divario tra i sì e i no è enorme. Le classi del biennio con i maggiori consensi sono le prime, forse perchè, essendo appena entrati nel “mondo delle superiori”, non sanno bene cosa sia un’assemblea d’istituto: questa mancanza si potrebbe risolvere mostrandone  loro una vera. A partire dalle seconde l’opinione si rovescia e la maggioranza dice no alle assemblee esclusivamente con tornei sportivi. Infine nelle classi del triennio la “vittoria” dei no è sicuramente evidente e, essendo ragazzi più grandi, quasi prevedibile.

Ma come sono le assemblee del Salvemini?

Diciamo la verità: le nostre assemblee non sono mai state grandiose. La colpa non è solo dei rappresentanti di istituto che, ad esempio, l’anno scorso hanno cercato di organizzare molti dibattiti, laboratori ed attività diverse dal solito e interessanti, ma anche di tutti gli studenti che non hanno partecipato a nessuna di queste attività. Se una scuola si riduce a fare assemblee come l’ultima che abbiamo fatto, la responsabilità è sì dei rappresentanti d’istituto che non hanno saputo organizzarle, ma anche, e soprattutto, di tutti quelli che gli anni passati sono rimasti a casa o non hanno partecipato a nessuna attività, preferendo stare seduti in palestra a guardare alcuni compagni giocare a palla.

Un’assemblea d’istituto è sì divertimento, ma soprattutto e prima di tutto dialogo e uno strumento di conoscenza diverso dai libri scolastici.

Con questo articolo vogliamo  dar voce alla maggioranza degli studenti che dice NO a queste assemblee “sportive” e invitiamo tutti a dare suggerimenti o idee per facilitare il compito dei nostri rappresentanti che, siamo sicure, faranno del loro meglio per metterle in pratica.

 

 

 

Bologna School of Food di Lorenzo Ramponi

Bologna School of Food è un progetto rivolto alle scuole del territorio dell’Emilia-Romagna, in particolare di Bologna, che punta alla consapevolezza dell’utilizzo dei social media, attraverso la cucina.
Ma perché proprio il tema della cucina? Ebbene la cucina non è solo cibo, ma anche cultura e confronto, quindi permette la crescita dei giovani, oltre che avvicinarli ad un’attività manuale.
In questo progetto noi studenti dovremmo cucinare un piatto tradizionale del nostro territorio e  metterlo su ‘Facebook’, cercando di ottenere più like possibili!
Tutti noi studenti e gli insegnanti possono iscriversi, ed il premio più allettante (oltre ad altri) è una fantastica cena al ristorante ‘Alce Nera’ con il piatto da noi proposto, preparato dal loro chef.
Per maggiori informazioni visita Il sito del progetto e buon appetito!
Qui sotto potete aggiungere un ‘like’ alle pagine delle classi dei nostri studenti:*
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*Per chiedere di essere aggiunti alla lista delle classi, commentare il post con il link della pagina Facebook.

A un passo dalla morte

(Alice Puglioli, Giulia Mantovan)joaquin_jose_martinez

Il nostro Istituto il 27 novembre ha avuto il privilegio di ospitare l’ex condannato a morte Joaquín Martinez che ha raccontato la sua esperienza. Alla conferenza in Aula Magna  hanno partecipato le classi quarte e alcune quinte, mentre  altre classi hanno potuto seguirla grazie al collegamento streaming prepar
ato dagli studenti del SIA del professor Stefani.

Gli studenti in Aula Magna hanno ascoltato il suo racconto in un religioso silenzio.

Cresciuto negli Stati Uniti da una famiglia ecuadoreña benestante, vive  una gioventù movimentata e libertina, tanto che all’età di 22 anni si trova già sposato e con due figlie. È un fervido sostenitore della pena di morte perché pensa sia più che giusto che chi ha commesso orribili delitti meriti di morire.
Qualche tempo dopo affronta un periodo difficile che comprende il divorzio e un conflitto per l’affidamento delle figlie. Proprio l’ex moglie gioca un ruolo fondamentale in questa storia poiché tutto inizia da una cospirazione tra lei e il corpo della polizia, in particolare il capo. Infatti poco tempo prima erano  stati trovati i cadaveri di una streep dancer, uccisa da 35 pugnalate alla testa e alla schiena, e di un narcotrafficante, ucciso da 9 colpi di pistola. Quest’ultimo era il figlio del suddetto capo della polizia e per questo motivo si voleva risolvere il caso il prima possibile. La polizia coglie al volo l’indicazione dell’ex moglie e Martinez viene arrestato. La prova che lo incastra è una registrazione rovinata di un colloquio, in cui  si presume ci sia la sua confessione, anche se gli è sempre stato impedito di ascoltarla. Dopo qualche mese, nel 1997, viene  condannato a morte, nonostante il test del DNA sia risultato negativo, presumendo la presenza di un complice o che lui avessse utilizzato guanti.

 

Viene  trasferito nel Braccio della Morte dove passa cinque anni durante i quali si abitua  a indossare sempre la stessa camicia arancione, ad avere manette ai polsi e alle gambe, a mangiare ciò che c’è e vedere la luce del sole una sola volta al giorno.

Racconta che ciò a cui mai si abituò era vedere i suoi compagni arrivare e dopo poco tempo sparire perché era tempo di eseguire la sentenza, vedere le loro famiglie distrutte dal dolore venire a far visita, vedere le luci che tremavano perché era in funzione la sedia elettrica.

Aveva perso tutto: gli amici, la fede in Dio, la fiducia nella giustizia e la SPERANZA.

La sua esperienza fu molto segnata da un uomo afroamericano grande e grosso,  Frank Smith, che era lì nel braccio della morte da 17 anni. Accusato di aver abusato di una bambina e di averla uccisa era ancora in attesa di sentenza in quanto i ricorsi del suo legale alla Corte Suprema non arrivavano mai ad avere una decisione  all’unanimità. Inoltre non gli avevano ancora concesso di fare la prova del DNA.

Frank e Joaquin si conobbero e diventarono amici; Joaquin, capendo che Frank era solo, cercò di tirarlo su di morale, per esempio passandogli le lettere che arrivano da tutto il mondo in suo favore. E lui gli diceva: ”Quando andrai in quei posti portami con te”.

Frank si continuava a proclamare innocente, alla notte si svegliava e lo urlava a squarciagola finché non arrivavano i poliziotti a zittirlo con la violenza, spesso tanto efferata che doveva poi essere portato in infermeria.

Un giorno dall’infermeria non fece ritorno.

Solo molto tempo dopo Joaquin lo rivide. Lo trovò in infermeria, sdraiato in un letto tutto sudato e molto patito: stava morendo di cancro e non veniva né curato né sedato perché non sentisse dolore.

Poco tempo dopo Frank morì per la malattia che i medici non avevano neanche provato a contrastare e solo a quel punto concessero la prova del DNA e si scoprì l’amara verità: lui era innocente.

Avevano portato in diciassette anni alla pazzia un uomo INNOCENTE.

A far cambiare idea a Joaquin sulla pena di morte più che la propria esperienza personale  fu quella di Frank  e degli altri detenuti, perché aveva sentito con le sue orecchie i lamenti alla notte e aveva visto con i suoi occhi la loro fine.

Joaquin fortunatamente ebbe una sorte migliore: la sua famiglia aveva mobilitato tantissime istituzioni estere, associazioni e semplici cittadini che, stando dalla sua parte, fecero sì che il caso fosse rivisto e lui scarcerato. Oltre al grande aiuto di queste persone fu fondamentale il progresso tecnologico che permise la pulizia del suono delle stesse registrazioni che lo avevano incriminato cinque anni prima.

Ma giustizia secondo lui non è fatta, perché ha avuto molto aiuti da tutto il mondo,  ma molti altri come Frank non hanno avuto la stessa fortuna; inoltre il vero colpevole dell’omicidio per il quale era stato condannato, che nel frattempo era stato identificato,  non fu condannato: ha spiegato che negli Stati Uniti non può essere celebrato un nuovo processo, con un altro imputato per lo stesso delitto.

Da quel giorno gira per il mondo per raccontare la sua esperienza e per sensibilizzare le persone sul tema della pena di morte;  è un grande esempio da tenere a mente perché ha vissuto un’esperienza delle peggiori ma che è importante che tutti conoscano.

Ha inoltre raccontato che, in un’altra occasione,  gli è stato chiesto: “Se qualcuno uccidesse un suo caro, come reagirebbe?” lui ha risposto: “Non lo puoi sapere finché non lo provi sulla tua pelle. A me è successo. Ero in Spagna e i miei erano venuti a trovarmi. Mio padre stava attraversando la strada quando venne investito. Il mio primo impulso quando l’ho saputo è stato quello di uscire e andare a cercare l’assassino di mio padre, ma mia mamma mi ha fermato e mi ha detto: “Non hai imparato nulla?”. Lei che doveva essere sconvolta non provava odio nei confronti di quel ragazzo e allora mi sono detto che anche io non avrei dovuto”. Con il tempo ha perdonato  il ragazzo che aveva investito il padre e qui al Salvemini ha ribadito che non si sarebbe sentito ripagato della tremenda perdita, nemmeno vedendo il ragazzo morto dieci, cento, mille volte.

Aveva imparato il perdono, aveva compreso il valore della vita.

E lo ha raccontato a noi.

Voci di Corridoio cambia veste ma rimane lo stesso!

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