GLI UTILI IDIOTI

di Alice Puglioli, Beatrice Verdi, Giulia Mantovan

In seguito all’incontro in Aula Magna, tenutosi il 31 Marzo 2016, abbiamo ricevuto una lettera del prof. Marchini. L’incontro era incentrato sulla legalità e sulla lotta alla mafia. I relatori erano Flavio Tranquillo, giornalista di Sky Sport, e Mario Conte, giudice della Corte D’Appello di Palermo, autori del libro “I Dieci Passi”. Il moderatore dell’incontro era Pierluigi Senatore, direttore di Radio Bruno.

Riportiamo di seguito la lettera e pubblichiamo la nostra risposta. Read more

R E M E M B E R di Alice Puglioli

R E M E M B E R di Alice Puglioli

Il 27 gennaio, giornata della Memoria della Shoah,  circa quattrocento ragazzi  dell’istituto hanno avuto il privilegio di assistere in anteprima alla proiezione del film “Remember“, all’UCI di Casalecchio.
Remember: cioé “ricordare”, ma anche “ricorda” all’imperativo, titolo che vuole essere  un promemoria sia per i personaggi del film che per il pubblico. Read more

Metafisica a Ferrara di Alice Puglioli

Metafisica a Ferrara di Alice Puglioli

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Muro esterno di Palazzo dei Diamanti
Muro esterno di Palazzo dei Diamanti

Pioviggina sulle strade di Ferrara dove le tipiche bici non smettono di passare nonostante l’inverno.
In questa bella città a mezz’ora di treno da Bologna è in corso un’imperdibile mostra a Palazzo dei Diamanti:
De Chirico a Ferrara – Metafisica e avanguardie”

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Le maschere, 1973, Olio su tela, 50 x 40 cm

Ma innanzitutto: cos’è la Pittura Metafisica?
E’ la corrente artistica nata proprio dal genio di Giorgio De Chirico, soprannominato “il maestro degli enigmi”,  e sviluppatasi nel contesto di Ferrara dopo il 1916, il cui intento era rappresentare una realtà che trascende quella percepibile dai sensi per rivelare il significato più nascosto e più profondo della vita. Read more

A un passo dalla morte

(Alice Puglioli, Giulia Mantovan)joaquin_jose_martinez

Il nostro Istituto il 27 novembre ha avuto il privilegio di ospitare l’ex condannato a morte Joaquín Martinez che ha raccontato la sua esperienza. Alla conferenza in Aula Magna  hanno partecipato le classi quarte e alcune quinte, mentre  altre classi hanno potuto seguirla grazie al collegamento streaming prepar
ato dagli studenti del SIA del professor Stefani.

Gli studenti in Aula Magna hanno ascoltato il suo racconto in un religioso silenzio.

Cresciuto negli Stati Uniti da una famiglia ecuadoreña benestante, vive  una gioventù movimentata e libertina, tanto che all’età di 22 anni si trova già sposato e con due figlie. È un fervido sostenitore della pena di morte perché pensa sia più che giusto che chi ha commesso orribili delitti meriti di morire.
Qualche tempo dopo affronta un periodo difficile che comprende il divorzio e un conflitto per l’affidamento delle figlie. Proprio l’ex moglie gioca un ruolo fondamentale in questa storia poiché tutto inizia da una cospirazione tra lei e il corpo della polizia, in particolare il capo. Infatti poco tempo prima erano  stati trovati i cadaveri di una streep dancer, uccisa da 35 pugnalate alla testa e alla schiena, e di un narcotrafficante, ucciso da 9 colpi di pistola. Quest’ultimo era il figlio del suddetto capo della polizia e per questo motivo si voleva risolvere il caso il prima possibile. La polizia coglie al volo l’indicazione dell’ex moglie e Martinez viene arrestato. La prova che lo incastra è una registrazione rovinata di un colloquio, in cui  si presume ci sia la sua confessione, anche se gli è sempre stato impedito di ascoltarla. Dopo qualche mese, nel 1997, viene  condannato a morte, nonostante il test del DNA sia risultato negativo, presumendo la presenza di un complice o che lui avessse utilizzato guanti.

 

Viene  trasferito nel Braccio della Morte dove passa cinque anni durante i quali si abitua  a indossare sempre la stessa camicia arancione, ad avere manette ai polsi e alle gambe, a mangiare ciò che c’è e vedere la luce del sole una sola volta al giorno.

Racconta che ciò a cui mai si abituò era vedere i suoi compagni arrivare e dopo poco tempo sparire perché era tempo di eseguire la sentenza, vedere le loro famiglie distrutte dal dolore venire a far visita, vedere le luci che tremavano perché era in funzione la sedia elettrica.

Aveva perso tutto: gli amici, la fede in Dio, la fiducia nella giustizia e la SPERANZA.

La sua esperienza fu molto segnata da un uomo afroamericano grande e grosso,  Frank Smith, che era lì nel braccio della morte da 17 anni. Accusato di aver abusato di una bambina e di averla uccisa era ancora in attesa di sentenza in quanto i ricorsi del suo legale alla Corte Suprema non arrivavano mai ad avere una decisione  all’unanimità. Inoltre non gli avevano ancora concesso di fare la prova del DNA.

Frank e Joaquin si conobbero e diventarono amici; Joaquin, capendo che Frank era solo, cercò di tirarlo su di morale, per esempio passandogli le lettere che arrivano da tutto il mondo in suo favore. E lui gli diceva: ”Quando andrai in quei posti portami con te”.

Frank si continuava a proclamare innocente, alla notte si svegliava e lo urlava a squarciagola finché non arrivavano i poliziotti a zittirlo con la violenza, spesso tanto efferata che doveva poi essere portato in infermeria.

Un giorno dall’infermeria non fece ritorno.

Solo molto tempo dopo Joaquin lo rivide. Lo trovò in infermeria, sdraiato in un letto tutto sudato e molto patito: stava morendo di cancro e non veniva né curato né sedato perché non sentisse dolore.

Poco tempo dopo Frank morì per la malattia che i medici non avevano neanche provato a contrastare e solo a quel punto concessero la prova del DNA e si scoprì l’amara verità: lui era innocente.

Avevano portato in diciassette anni alla pazzia un uomo INNOCENTE.

A far cambiare idea a Joaquin sulla pena di morte più che la propria esperienza personale  fu quella di Frank  e degli altri detenuti, perché aveva sentito con le sue orecchie i lamenti alla notte e aveva visto con i suoi occhi la loro fine.

Joaquin fortunatamente ebbe una sorte migliore: la sua famiglia aveva mobilitato tantissime istituzioni estere, associazioni e semplici cittadini che, stando dalla sua parte, fecero sì che il caso fosse rivisto e lui scarcerato. Oltre al grande aiuto di queste persone fu fondamentale il progresso tecnologico che permise la pulizia del suono delle stesse registrazioni che lo avevano incriminato cinque anni prima.

Ma giustizia secondo lui non è fatta, perché ha avuto molto aiuti da tutto il mondo,  ma molti altri come Frank non hanno avuto la stessa fortuna; inoltre il vero colpevole dell’omicidio per il quale era stato condannato, che nel frattempo era stato identificato,  non fu condannato: ha spiegato che negli Stati Uniti non può essere celebrato un nuovo processo, con un altro imputato per lo stesso delitto.

Da quel giorno gira per il mondo per raccontare la sua esperienza e per sensibilizzare le persone sul tema della pena di morte;  è un grande esempio da tenere a mente perché ha vissuto un’esperienza delle peggiori ma che è importante che tutti conoscano.

Ha inoltre raccontato che, in un’altra occasione,  gli è stato chiesto: “Se qualcuno uccidesse un suo caro, come reagirebbe?” lui ha risposto: “Non lo puoi sapere finché non lo provi sulla tua pelle. A me è successo. Ero in Spagna e i miei erano venuti a trovarmi. Mio padre stava attraversando la strada quando venne investito. Il mio primo impulso quando l’ho saputo è stato quello di uscire e andare a cercare l’assassino di mio padre, ma mia mamma mi ha fermato e mi ha detto: “Non hai imparato nulla?”. Lei che doveva essere sconvolta non provava odio nei confronti di quel ragazzo e allora mi sono detto che anche io non avrei dovuto”. Con il tempo ha perdonato  il ragazzo che aveva investito il padre e qui al Salvemini ha ribadito che non si sarebbe sentito ripagato della tremenda perdita, nemmeno vedendo il ragazzo morto dieci, cento, mille volte.

Aveva imparato il perdono, aveva compreso il valore della vita.

E lo ha raccontato a noi.